Sul bene confiscato di Teverola sono stati investiti fondi pubblici significativi, destinati, secondo le dichiarazioni istituzionali, a trasformare un simbolo del potere criminale in un’impresa sociale di produzione, lavoro e riscatto civile.
Un progetto presentato come esempio virtuoso di restituzione al territorio e di vittoria dello Stato sul malaffare.
A distanza di anni, però, quel bene è ancora improduttivo. L’attività sociale di produzione di pasta, più volte annunciata e celebrata, non è mai realmente partita. Non per cause straordinarie o imprevedibili, ma per evidenti incapacità progettuali. Il caso più grave e simbolico è sotto gli occhi di tutti: l’assenza di acqua potabile, un requisito elementare e indispensabile per qualsiasi laboratorio alimentare.
Dopo oltre due anni di ritardi, il Comune è costretto a intervenire con ulteriori fondi propri per finanziare ciò che doveva essere previsto fin dall’inizio.
Un fallimento che non è solo tecnico, ma politico e amministrativo, e che pesa direttamente sulle spalle dei cittadini. In questo scenario, continuano a moltiplicarsi cerimonie, dichiarazioni, comunicati e presenze ufficial; politici, amministratori, associazioni ed enti che da anni si battono, a parole, per la legalità e per “liberare” i beni confiscati, si mostrano e si dichiarano. Ma tacciono di fronte a un bene fermo, inefficiente e privo di identità.
È legittimo allora porre una critica chiara: che
senso ha parlare di restituzione al popolo penalizzato da anni di malaffare, se
il bene restituito non produce lavoro, non genera valore e non ha memoria?
Che credibilità ha la retorica della legalità se non si ha il coraggio di
denunciare errori, ritardi e responsabilità?
A rendere il quadro ancora più grave è l’assenza di un gesto tanto semplice quanto decisivo: il bene non è stato intitolato a Genovese Pagliuca. Un bene confiscato non è solo un immobile da recuperare, ma un segno pubblico. E un segno pubblico senza nome, senza memoria e senza funzione reale diventa un simbolo vuoto. Intitolarlo a Genovese Pagliuca non costerebbe nulla, ma darebbe senso a tutto ciò che oggi viene solo raccontato.
I fondi pubblici possono ristrutturare muri. Solo le scelte politiche possono costruire credibilità, memoria e giustizia.
La domanda finale è inevitabile: Se un bene confiscato resta improduttivo, anonimo e privo di memoria, è davvero restituito al popolo o è solo un’altra occasione mancata coperta da parole sulla legalità?

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